Contributo al Forum dell’Arte Contemporanea

Riflettendo sull’arte, autoscatto dalla serie “La Cura del Sè al tempo del Corona virus”

Nello scorso maggio ho partecipato al Tavolo 3 del Forum dell’Arte Contemporanea, su invito della vivace e bella curatrice Federica Patti.

È stata una delle poche grandi e vaste zoom-assemblee a cui ho partecipato personalmente, in mesi che con mio marito Salvatore abbiamo dedicato a meditare e a progettare, scegliendo per il lockdown una versione di “ritiro” che — ahimè — media e istituzioni hanno ignorato.

Ne parleremo un’altra volta, forse molte altre volte, visto che l’argomento sta lì sulla pelle e vuole essere raccontato. Adesso voglio invece pubblicare il contributo scritto che avevo mandato dopo lo zoom: i 3 minuti li avevo usati male, non riuscendo a dire quel che desideravo. Ho preso quei pensieri sparsi e gli ho dato una forma scritta, e ho capito che un intervento online di 3 minuti è meglio scriverlo, anche leggerlo (cosa che ho fatto in un’altra occasione con profitto).

Ecco come volevo contribuire sul tema “La cosa pubblica: diritto e necessità. Quali prospettive per le istituzioni artistiche?” portando, come mi era stato chiesto giustamente, non un concetto astratto ma la pratica di chi come noi si trova ad essere sia un artista sia un centro di ricerca.

A consuntivo di anno, e di questo particolare anno, ci sono cose che sono attuali, specie se avrete la voglia di arrivare alle conclusioni.

NB:

Essendo il tutto avvenuto amaggio non ho incluso Data Meditations che si è matarializzato due mesi dopo, a fine luglio.

Tre concetti incarnati da tre pratiche.

Tre progetti dislocati lungo un asse temporale di 14 anni che da AOS arriva a HER she Loves Data: il centro di ricerca in cui ci stiamo evolvendo.

E’ il modo in cui rispondo all’invito del Forum dell’Arte Contemporanea su un tema di grande attualità: come l’arte possa generare nuovi modi fruire la cultura confrontandosi con le situazioni estreme del cov-19, in particolare lockdown e distanziamento fisico/sociale.

[1] Corpo, esperienza, evento: TalkerS Performance (2006)

Talkers Performance incarna un corpo tecnologicamente esteso, un’esibizione di danza controllata dalle interazioni ubique del pubblico (in remoto e in presenza). La performer indossa una tuta di latex disseminata di elettrodi che collegano il suo corpo ad una serie di interfacce web grazie alle quali i presenti possono “pubblicare” stimoli che, interpretati secondo una grammatica, la performer traduce in una coreografia in tempo reale. I movimenti, in un feedback sinestetico, sono a loro volta catturati e trasformati nelle immagini e nei suoni che fanno da sfondo alla performance

Realizzato per il PEAM Festival di Pescara, Talkers mostra come proprio nella sperimentazione degli artistica a cavallo fra ricerca e tecnologia, già in tempi molto lontani dalla pandemia, ci siano già elementi, modelli e pratiche che vanno ben oltre l’intrattenimento, lo streaming o il “Netflix della cultura”, offerti come una soluzione che di fatto riduce i fruitori di esperienze culturali a consumatori, conficcati su una poltrona davanti ad uno schermo solitario e mono-direzionale. Non rassegnarsi a questo immaginario — così forte in questi mesi di lock-down caratterizzati da una vita in streaming (dallo smartworking forzato, a quello volontario di tanti operatori della cultura, al recupero e mantenimento di relazioni personali e affettive attraverso call audio e video) — è possibile e passa dalla ricostruzione dei confini di un corpo tecnologicamente esteso e distribuito in forma di network, e attraverso la progettazione di esperienze (experience), e di eventi (format) progettati pensando a questo corpo e alla sua possibilità di furirne (fruor in latino significa anche godere).

Talker Performance

[2] Dati, percezione, nuovi rituali: GhostWriter (2016)

GhostWriter è la prima espressione di un nuovo genere letterario: l’autobiografia algoritmica. Una completa invasione della privacy in cui Salvatore ha dato in pasto ad una IA tutte le sue possibili fonti di dati personali (email, social, conto in banca,dati biometrici…). L’IA, addestrata in base ad un modello cognitivista sulla creazione della memoria autobiografica, come un ghostwriter ha restituito all’autore una nuova nuova forma di autobiografia non-umana, offrendo al soggetto nuove possibilità di indagare e conoscere il proprio sé, sottoposto oggi alla mediazione di algoritmi e intelligenze artificiali.

Come si fa una sessione di meditazione o di psicoterapia “data-driven”? Come i dati possono aiutarmi a conoscere me stesso, connettendomi in modi nuovi al mio sé e al mio ambiente per avere a che fare con la complessità e la dimensione globale dell’interconnessione?

La pandemia ha mostrato in modo inequivocabile che i dati sono un fenomeno esistenziale e non tecnico della nostra vita. Ai dati è legata la nostra possibilità di sopravvivere e godere di diritti primari (come toccare un altro essere umano, spostarsi, uscire di casa, andare a scuola, mantenere relazioni sociali e affettive, lavorare o accedere a un reddito). Nonostante questo nella nostra società vige un paradosso: i dati sono il fenomeno più estrattivo che conosciamo (più del petrolio). Estratti dall’ambiente, dai nostri corpi, dalle nostre relazioni, gestiti da governi e grandi operatori per mettere in atto le proprie strategia, noi ne siamo separati. Il modo in cui i dati sulla pandemia sono stati trattati ne è una espressione precisa: siamo stati bombardati di dati dai media, che ci hanno sottoposto costantemente a bollettini di guerra, mentre l’attenzione dei governi è a soluzioni tecniche come il tracing infarcite di controllo.

In Ghostwriter abbiamo cercato un’inversione di tendenza : l’opera ci mette in contatto con i dati che produciamo svelando come il nostro sé e l’identità si sviluppano e prendono forma in un mondo mediato da social network, algoritmi e intelligenze artificiali. Invece di separarci, i dati ci ricongiungono intimamente a noi stessi e agli altri diventando il veicolo di una nuova conoscenza e relazione. Offerti sotto forma di un artefatto culturale riconoscibile (un’autobiografia consegnata sotto forma di libro), i dati possono diventare la base per costruire nuovi rituali, che ci mettono in connessione con il sé e il nostro ambiente in modi nuovi. Un lago, un condominio, un evento, una banca possono raccontare la propria autobiografia: le identità sono libere di ricombinarsi, raggrupparsi, transitare fra esseri umani e non umani, dotate di nuove possibilità espressive grazie alle proprie estensioni tecnologiche. Il passaggio è estetico, non nel senso della forma ma della percezione: per godere di queste possibilità, per fare sì che i dati possano aiutarci a conoscere noi stessi e il nostro ambiente (esposto a problemi complessi come avere a che fare con la pandemia, il cambiamento climatico o la finanza globale), i dati devono arrivare alla nostra sensibilità. O senseability: termine inglese molto bello e nuovo anch’esso, generato dalla commistione di “sense + ability” che mette l’accento sulla capacità di sentire, di percepire prima di tutto attraverso il nostro corpo e che traduziamo in italiano con sensatilità.

Nel 2019 abbiamo coniato il termine Datapoiesis (www.datapoiesis.com) a questo scopo: il fenomeno grazie al quale i dati portano all’esistenza qualcosa che non c’era. Questa definizione, e l’omonimo progetto che ha ispirato, hanno illuminato retroattivamente la nostra produzione rinforzando una consapevolezza già consolidata: l’opera d’arte aiuta a posizionarsi in un mondo in cui i dati e la computazione modificano anche il nostro ambiente — fisico e delle relazioni — e può avere un ruolo rivoluzionario, tanto da stimolare nuove opportunità (espressive, economiche, sociali, politiche). L’arte non è un orpello nè una decorazione, ma il luogo della strategia in cui queste opportunità si formano e arrivano alla nostra sensibilità: la tecnica non basta.

GhostWriter

[3] Immaginazione sociale, arte e politica: FASE 25. Il Governo Necessario (2020)

FASE 25 dà voce al governo che non c’è: quello che saprebbe trasformare la pandemia nell’occasione di cambiare rotta e rimettere tutto in discussione. Dal 25 aprile, la Festa di liberazione nazion ale dal nazifascismo, insieme al giornale Il Manifesto, stiamo chiamando persone del mondo dell’arte, della cultura, della scienza a impersonare il presidente del consiglio, pronunciando il discorso alla nazione che non è stato pronunciamo, ma che sarebbe necessario. Quello che avremmo dovuto ascoltare.

FASE 25 è una performance fra arte e politica, in cui l’arte si mostra come spazio per l’immaginazione sociale. Un gioco in cui abbiamo indossato un ruolo nello spazio pubblico, e si sa: il gioco, nella sua leggerezza, è un fantastico e serissimo meccanismo generativo.

Fase 25

Conclusioni

Abbiamo assistito in questa pandemia alla triste mediocrità dei discorsi degli eletti che, per fare solo due esempi in tema, hanno saputo produrre come orizzonti immaginifici il “Netflix della cultura” (nella persona del ministro della cultura”) o i ringraziamenti agli artisti “che ci fanno divertire” (nella persona dell’attuale premier).

Davanti a questo — davanti al populismo, ad una politica fatta di slogan, al proliferare di task-force che svuotano il governo e persino il parlamento del proprio ruolo delegandolo a pool di tecnici ed esperti privi di legittimazione — essere “ammessi” come artisti all’ennesima task force può essere utile e aggradante, ma non basta.

Il diritto “octroyé” è una concessione: un diritto di seconda mano. L’arte, con le sue pratiche, la sua “indisciplina metodologica”, è già lo spazio del possibile.

Possiamo smettere di essere una decorazione, un esercizio di stile, un circolo elitario, uscire nel mondo e incarnarlo.

cyber ecologist, cofounder at HER: She Loves Data + [ AOS ] Art is Open Source

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